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Il problema sicurezza si è manifestato in tutta la sua drammaticità con la brutale aggressione da parte di Nicolae Romulus Mailat, romeno di 23 anni, costata la vita a Giovanna Reggiani, la donna italiana di 47 anni moglie di un ufficiale di Marina. Un episodio che ha fatto scattare sull’onda dell’indignazione popolare la immediata trasposizione in legge delle norme sulle espulsioni contenute in un ddl del pacchetto sicurezza. Finalmente un atto concreto, ma che arriva in ritardo rispetto a quelle sono oggi le aspettative e le esigenze di sicurezza dei cittadini.
Non si comprende infatti il senso di un provvedimento come il pacchetto sicurezza appena varato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri, nel quale sono contemplati solo disegni di legge da approvare successivamente e non invece leggi vere e proprie in grado di stabilire fin da subito regole chiare sulla certezza della pena e sulla salvaguardia dei cittadini. Verrebbe da dire che tale iniziativa altro non è stata che il tipico manifesto di buone intenzioni da parte del governo, che prima ancora di pensare all’interesse del paese guarda al contrario al proprio orticello, cercando di evitare possibili inasprimenti in materia di sicurezza che possano in qualche modo dispiacere alla sinistra radicale.
E qui non si tratta di becera strumentalizzazione, come nella maggioranza si grida oggi a gran voce, ma solo di constatazioni reali avvalorate da gravi fatti che mettono in luce l’emergenza sicurezza nel nostro paese in tutta la sua evidente gravità e complessità. Basti pensare alle esplicite dichiarazioni del responsabile per la comunità romena del Partito immigrati, Dumitru Ilinca, che spiega ai giornalisti come «in Romania si ha l’immagine dell’Italia come di un Paese dove si può infrangere impunemente la legge, senza finire in galera, senza pagare in alcun modo». Pare che nel mondo criminale ci sia addirittura un passaparola secondo il quale l’Italia viene considerata un paese dove tutto è permesso.
E così, mentre divampa lo scontro tra governo e opposizione sul tema della sicurezza, Romano Prodi invia telegrammi di cordoglio prima al marito della donna seviziata e uccisa in un campo rom a Tor di Quinto, poi alla comunità valdese in cui era impegnata la Reggiani. Un atto doveroso, al quale non possiamo che unirci tutti prima come uomini poi come italiani. Ma ora, dopo le parole, sarebbe opportuno iniziare a fare un po’ di fatti. Ed è proprio qui che, sinceramente, nascono tutte le mie perlessità e quelle dei tanti italiani che come me non hanno mai creduto alle false promesse della sinistra.






