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Cerco sempre di valutare i fatti con la dovuta obiettività, tanto che non ho esitato ad esprimere le mie perplessità sulle esternazioni di Berlusconi davanti alla platea di Confesercenti, sconvenienti ed inopportune nel caso specifico in quanto non conformi al ruolo istituzionale di un premier. Ma davanti alla recente pubblicazione di nuove intercettazioni sul settimanale “Espresso” che, guarda caso, riguardano proprio Silvio Berlusconi, appare ormai palese il perverso disegno politico che si nasconde dietro all’azione assolutamente premeditata di una consistente parte della magistratura legata indissolubilmente all’opposizione. Non voglio dire apertamente che si tratta di un vero e proprio attacco su commissione, ma il sospetto si fa oggi sempre più evidente da diventare ormai una quasi certezza. Il Cav sarà pure incontenibile e a volte irruento nei modi e nel parlare, ma in questo caso non ha poi tutti i torti quando parla di macchinazione ai suoi danni. Il fatto è che a sinistra non sanno più come esorcizzare la sconfitta e l’inarrestabile consenso del premier. E allora quale miglior modo se non utilizzare le toghe rosse come arma letale per demolirlo prima che possa trasformare la disfatta della sinistra in un definitivo disastro? Sono talmente allo sbando che non hanno nemmeno più il pudore di uscire palesemente allo scoperto, facendosi letteralmnte beccare con le mani nella marmellata. Non solo infatti sull’ultimo numero dell’Espresso, con assoluta tempestività (e che caso!…), si assiste all’ennesimo episodio di violazione di legge con la diffusione di intercettazioni telefoniche di cui è assolutamente vietata la pubblicazione, ma tutto questo avviene ad appena pochi giorni dopo la polemica tra Berlusconi ed i magistrati in seguito alla istanza di ricusazione inoltrata da Berlusconi contro il presidente della decima sezione penale Nicoletta Gandus, giudice del processo che vede il premier accusato di corruzione insieme all’avvocato inglese David Mills. Giudice che tempo fa si espresse nei confronti del Presidente del Consiglio in questi termini : “A questo stronzo di Berlusconi gli facciamo un culo così. Gli diamo sei anni e poi lo voglio veder fare il presidente del Consiglio”. Non si può certo dire che la signora non abbia mostrato evidenti segni di ostilità nei confronti dell’attuale Presidente del Consiglio… In una nota Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia, chiarisce forse meglio quella che attualmente altro non è che la realta dei fatti: “Quello che accade è ormai evidente a tutti: tra un Csm ispirato anche da magistrati in conflitto di interessi, intercettazioni juke-box sulla linea Napoli-Espresso, e le solite inchieste a orologeria, si sta tentando una complessiva e concertata aggressione giudiziaria contro Silvio Berlusconi, il suo governo e la maggioranza politica liberamente scelta dagli elettori il 13-14 aprile”. Il fatto è che la sinistra non cambia mai. Dicono che loro non fanno spallate, ma in realtà fanno di peggio e pergiunta in maniera più subdola. Come al solito il lupo perde il pelo, ma non il vizio…
Il caldo inizia a farsi sentire. Tanto che il Cav non solo viene colto da leggeri malori, ma inizia a risentirne gli effetti persino negli atteggiamenti di questi ultimi giorni. Settanta anni e passa ci sono tutti del resto e purtroppo nemmeno lui, per quanto ci abbia sempre stupito per la sua straordinaria energia, riesce sempre a mantenere la freddezza e la lucidità necessaria nel suo delicato ruolo istituzionale. Le recenti esternazioni piombate come un fulmine a ciel sereno dalla platea della confesercenti gettano ulteriore benzina sul fuoco della politica, già di per sè surriscaldata dalle roventi polemiche di questi giorni con l’opposizione in merito al cosiddetto decreto “salva Premier”. Il gesto delle manette davanti agli increduli presenti ha innescato per la prima volta una reazione negativa nei suoi confronti che rompe quella impenetrabile cortina di grande consenso che l’aveva circondato fino ad oggi e che è stato il risultato della grande vittoria del centrodestra alle ultime elezioni. Uno scivolone dettato probabilmente da inevitabili segni di stanchezza che Berlusconi ha palesemente manifestato in questi ultimi giorni. Di solito il Cavaliere quando viene colto da sintomi di stress da vita politica si rifugia nei consueti panni del martire delle toghe rosse. Non vuole essere una requisitoria nei confronti del Premier, sia chiaro, anche perchè sono e resto da sempre un suo grande estimatore. Ma devo dire che mi resta difficile oggi seguirlo su questo impervio terreno e restare impassibile davanti a questa sue pericolose acrobazie al limite dell’impossibile. E’ innegabile che la sinistra altri mezzi non ha che la magistratura per combattere i propri avversari politici, questo lo sappiamo già, ma tra il difendersi legittimamente e l’attaccare a testa bassa utilizzando il proprio potere istituzionale per motivi che appaiono più personali che strettamente politici è purtroppo tutt’altra cosa. Questa spontanea osservazione devono averla fatta non senza un certo imbarazzo in molti persino tra i banchi della maggioranza, tanto che anche l’Umberto Bossi, che non è mai stato certo uno che le cose non le manda a dire, si è sentito in dovere di frenare il Cav invitandolo a “volare più basso”. Secondo il leader del Carroccio è meglio insomma non spezzare il “filo del dialogo” col PD, perchè poi “diventa tutto più difficile”. Mi sembrano tutto sommato parole dettate da un certo buon senso. A questo punto qualche giorno di meritato riposo sarebbe indubbiamente un toccasana anche per il nostro inossidabile Silvio, al fine di recuperare energie e lucidità necessarie per affrontare con più serenità l’agone politico. Sarebbe certamente meglio per tutti…
Anche in Sicilia è cappotto. La sinistra, sempre più in declino, assomiglia ormai ad una vecchia star sul viale del tramonto che vive solo di lontani ricordi e qualche rimpianto. Tra questi forse l’essersi troppo adagiata su politiche sterili ed inconcludenti assai lontane dalle vere emergenze del paese. L’assoluto immobilismo politico in cui gli ultimi due anni di governo hanno condannato l’Italia a diventare il fanalino di coda tra i paesi dell’Unione Europea. Mentre in Parlamento sui banchi della ex maggioranza vi erano due opposizioni l’una contro l’altra, una sinistra di lotta ed una governo, gli italiani assistevano esterrefatti e rassegnati ad uno spettacolo della politica giunto a livelli di indecenza davvero insostenibili. Ecco perchè oggi raccolgono il risultato di ciò che hanno seminato, ovvero la pesante ma inevitabile disfatta che ha sottolineato ancora di più la scelta netta in favore del centrodestra che ha saputo intercettare meglio di loro l’umore del paese. Non c’è altra spiegazione che possa reggere, se non quella appena esposta. E non si stupissero più di tanto quegli spocchiosi intellettuali di sinistra che accusano gli italiani di scelte avventate o peggio di svolta fascista. Niente di tutto questo. Basterebbe soffermarsi ad analizzare l’entità del fenomeno, con quel pizzico di umiltà che in questi casi non potrebbe altro che giovare agli sconfitti. Ma chiedere ad una certa parte della sinistra un atto di semplice umiltà forse è chiedere troppo. Non sanno nemmeno dove stia di casa. Piuttosto si attaccano ancora alle solite polemiche dei processi in corso ai danni di Berlusconi, che guarda caso saltano sempre fuori ogni qualvolta si parla di provvedimenti che riguardano la giustizia. Basta proporre un “decreto-sicurezza” nel quale siano contemplate procedure atte a snellire e velocizzare i procedimenti giudiziari, dando precedenza a quelli più gravi e più urgenti (omicidio, mafia, terrorismo, e per tutti i reati che prevedono più di 10 anni di reclusione), per parlare ancora una volta di leggi “ad personam” e di norme “salva premier”. La realtà è che a sinistra si tenta sempre di utilizzare le toghe per demolire l’avversario politico, soprattutto quando questi è Silvio Berlusconi, diventato per la quarta volta Presidente del Consiglio alla faccia di tutti coloro che lo avevano dato da tempo sul viale del tramonto politico. Se solo si fermassero almeno una volta a riflettere con umiltà e discernimento sulla realtà dei fatti, capirebbero forse che non si diventa premier per la quarta volta solo perche si è proprietari di Mediaset o del Milan. Che gli italiani non sono certo dei fessi come vorrebbero farli apparire e che è ormai palese a tutti che la stagione delle ideologie è finita da un pezzo per lasciare finalmente spazio a chi concretamente intende impegnarsi con i fatti per risolvere i problemi del paese e rilanciare un’economia devastata da politiche costose e improduttive condite da una pressione fiscale senza precedenti. E così oggi a Silvio Berlusconi basta salire sul predellino della sua auto per ricevere applausi e consensi, mentre alla sinistra non restano che i cocci della fatale disfatta ed i rimpianti di ciò che avrebbero potuto ma non hanno saputo fare…
Ancora morti bianche sul lavoro. Quello italiano è ormai un tragico bollettino di guerra che non possiamo più tollerare. Nonostante tutti i buoni propositi previsti dal decreto del 6 marzo 2008 in materia di salute e sicurezza sul lavoro varato dal precedente governo, in Italia si continua a morire sul lavoro. Spesso si tratta di mancanza di controlli specifici (gli ispettori del lavoro sono pochissimi rispetto alle reali necessità), di mancanza di una vera e propria cultura della sicurezza, di pressappochismo diffuso sui cantieri a volte improvvisati e senza quegli standard di garanzia necessari per l’incolumità degli stessi operai, vittime sempre più spesso di questo fatale clima di superficialità. Nessuno dei sei sfortunati operai morti nella vasca del depuratore indossava l’abbigliamento previsto dalle norme per svolgere quel tipo di attività. Non indossavano né mascherine né respiratori. La tragedia di Mineo non è altro che l’ennesima drammatica testimonianza di una situazione per la quale oggi è necessario e doveroso fermarsi a riflettere, prima che il dilagare di simili incidenti diventi una tragica realtà quotidiana come già accaduto troppe volte in questi ultimi mesi. “Le regole da sole non bastano”, come ha giustamente sottolineato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. Qui la questione è di trovare il giusto equilibrio tra regole e cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro. Azioni concrete che servano a creare le necessarie condizioni per un ambiente sicuro. Da qui nasce pertanto l’esigenza impellente di un piano straordinario che permetta di aumentare i controlli, ma anche la formazione di coloro che lavorano nei cantieri più a rischio, dove un atteggiamento superficiale può rivelarsi in molti casi fatale. In questa ottica il Governo presentera’ un emendamento al pacchetto sicurezza per introdurre una corsia preferenziale ai processi per violazione delle norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Parte inoltre in questi giorni a Bruxelles la campagna biennale sulla valutazione dei rischi sul lavoro lanciata dalla Commissione europea e dall’Agenzia Ue per la sicurezza e la salute sul lavoro, dalla quale emergono dati davvero preoccupanti: ogni tre minuti e mezzo nell’Unione europea qualcuno muore per cause relative al lavoro. Dati che impongono certamente una seria riflessione, visto che il nostro paese è tra quelli che recentemente ha contribuito in buona parte a questo triste primato.
Intercettazioni si, intercettazioni no. Divampa in Italia il dibattito politico su questo delicato tema che il governo si accinge a regolamentare con un ddl che sarà presentato molto presto al Consiglio dei ministri. E’ lo stesso ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a darne comunicazione, sottolineando inoltre che “non essendoci ancora un testo del governo è prematuro parlarne”, anche se il tema in questione resta tuttora “aperto”. Ma l’Associazione nazionale magistrati frena sull’ipotesi di una futura stretta sulle intercettazioni, definendo quest’ultimo uno strumento «indispensabile» nella lotta al crimine: «Le intercettazioni sono uno strumento insostituibile per le indagini non solo contro la criminalità organizzata e il terrorismo, ma contro l’usura, la criminalità economica, il riciclaggio, gli omicidi, i sequestri, la pedofilia – ha affermato il segretario del sindacato dei magistrati, Giuseppe Cascini, ai microfoni di Sky Tg24 -. Senza le intercettazioni telefoniche, l’azione di contrasto nei confronti del crimine diventa più debole e più difficile». Posizione condivisa anche dall’opposizione e dal sindacato dei giornalisti, che si dice pronto ad ogni azione per contrastare il progetto del governo in nome del diritto all’informazione. Dal canto suo il ministro della Giustizia Angelino Alfano replica alle critiche affermando che «Nessuno vuole comprimere le indagini, o togliere ai magistrati il potere di indagare. Vogliamo razionalizzare il sistema e contenere le spese, vi è un’invasività nella vita dei cittadini, a causa delle intercettazioni, giunta a livelli intollerabili». Posizione a mio avviso certamente condivisibile, ma è altrettanto vero per dovere di obbiettività che non si può limitare l’azione dei magistrati quando essa è realmente indirizzata a combattere la criminalità organizzata tanto quanto i reati di concussione e corruzione. Cosa quest’ultima sottolineata anche da Roberto Castelli, sottosegretario alle Infrastrutture ed ex ministro della Giustizia, che pone la questione da un punto di vista leggermente diverso rispetto alla linea del governo. Questo non significa certamente, come una certa stampa ha volutamente messo in evidenza, che esistono contrasti nell’azione di governo sulla questione, ma solo ed esclusivamente pareri del tutto personali su un tema che rientra se vogliamo nella sfera etica prima ancora di quella politica. E se proprio di etica dobbiamo parlare, sono d’accordo persino con Veltroni quando dice che “non è accettabile che tutto questo finisca sui giornali e che la pubblicazione non deve essere consentita”. In particolare è necessario assicurare “il diritto dei magistrati ad avere tutti gli strumenti necessari per contrastare la criminalità, e quello dei cittadini a non vedere il loro nome e le loro conversazioni pubblicate sui giornali se non al momento del processo e nella parte di rilevanza processuale”. Torna poi sulla questione dell’abuso a volte eccessivo delle intercettazioni ancora Il ministro Alfano: “Che in Italia vi sia stato un abuso della pubblicazione delle intercettazioni è un fatto acclarato e condiviso – ha spiegato il Guardasigilli – e poi il numero delle intercettazioni fatto nel nostro paese, 100 mila all’anno, non è giustificato dal numero degli abitanti visto che negli Stati Uniti se ne fanno 1700 e in Svizzera ad esempio 1300″. “Nessuno vuole arginare l’azione della magistratura o comprimere le indagini e il codice vigente in materia dice quasi tutto se non tutto, prevede e punisce già da oggi il reato cosiddetto di fuga di notizie”, ma “purtroppo non è stato sanzionato quasi niente quando, sovente, il codice è stato platealmente violato”. Insomma il dibattito è ancora aperto. L’ultima parola spetta ora al Parlamento.
ITALIANS FOR DARFUR lancia un appello per la consegna dei criminali di guerra al Tribunale Penale Internazionale. Testimonials d’eccezione i Negramaro.
Parte anche in Italia la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane. “Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinchè esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb. Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato. Il procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, ha riferito il 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, della situazione dei diritti umani in Darfur. Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’ autorità internazionale. Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinchè il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.
Ora che ci siamo finalmente liberati della sinistra radicale e di quella insostenibile facciata ipocrita e finto-buonista che fino ad oggi ha contraddistinto le politiche oltremodo tolleranti nei confronti degli immigrati clandestini, ci si mette addirittura l’Onu che definisce, quelle riferite alla nuova normativa sulla immigrazione, «Politiche repressive e intolleranti». Forse non si è ancora capito che l’Italia fino ad oggi è stata il paese del bengodi per l’immigrato clandestino e per chiunque voglia delinquere indisturbato. A parte il fatto poi che il governo non ha ancora introdotto il reato di immigrazione clandestina e che il relativo progetto di legge deve essere ancora esaminato dal Parlamento, obiettivo della norma sarebbe in ogni caso esclusivamente quello di contrastare il fenomeno, che negli ultimi anni ha raggiunto qui da noi proporzioni francamente intollerabili. Questo grazie soprattutto alla politica lassista e sconsiderata della sinistra, che ha ridotto le nostre città a terreno di conquista per delinquenti di ogni specie. Spaccio di droga, prostituzione, stupri e violenze di ogni tipo sono ormai all’ordine del giorno. E anche per l’Italia più “tollerante” oggi la misura è veramente colma. La svolta politica del paese lo ha dimostrato in modo inequivocabile. E se ciò non bastasse, sarebbe utile ricordare all’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Louise Arbour, che punta il dito proprio contro l’Italia, che Paesi importanti dell’Unione come Francia, Germania, Svezia e Regno Unito una norma simile l’hanno gia’ da anni. «Se la legge dovesse essere approvata io mi sento in ottima compagnia», ha sottolineato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che aggiunge inoltre che «forse un quadro comparativo della legislazione europea e non solo sarebbe certamente utile». Un concetto, a mio modo di vedere, ampiamente condivisibile. L’introduzione del reato di immigrazione clandestina va visto infatti come un deterrente, non come un atteggiamento dettato da intolleranza o xenofobia. Si tratta persino di una tutela anche nei confronti di quegli immigrati regolari che si sono oggi perfettamente integrati nel nostro tessuto sociale e che lavorano onestamente. Questi ultimi credo sarebbero i primi a beneficiare di tali misure atte solo a regolare i flussi migratori ed impedire il dilagare di un fenomeno ormai più senza controllo. Mi soffermerei in particolare a riflettere sulle parole del presidente della Camera Gianfranco Fini: «L’Italia ha ben chiaro che c’è un dovere di solidarietà, ma sa anche che nell’ambito della legislazione nazionale bisogna garantire la sicurezza del cittadino». Non cè più spazio quindi per le chiacchiere e la facile ipocrisia. Oggi la realtà va affrontata per quello che è, con assoluta chiarezza e determinazione.







