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Che Walter Veltroni non avesse ormai più argomenti in suo favore lo avevamo già capito da un pezzo. In questo editoriale tratto dal corriere.it di oggi 30 settembre 2008, ne viene fuori il ritratto di una sinistra e del suo leader incapaci ancora oggi di superare i vecchi schemi del passato. A conferma che il PD è un partito che solo nelle intenzioni vorrebbe apparire come il volto di una sinistra emancipata proiettata verso il futuro. “Un partito, oltre che dai suoi programmi e dalle sue linee di condotta, è necessariamente tenuto insieme da una «narrazione», da una chiave narrativa ed emotiva che legge simbolicamente il mondo e modella il lessico del suo popolo, ravvivandone il senso di appartenenza. La denuncia di Veltroni della deriva autoritario- putiniana in cui starebbe sprofondando la maggioranza di governo dimostra che se sul piano dei programmi e dei valori il Partito democratico ha portato a compimento una coraggiosa frattura con il passato, sul piano della «narrazione» appare invece ancora prigioniero degli schemi, degli automatismi mentali e del discorso retorico dell’oramai defunta Prima Repubblica” (Pierluigi Battista). Questo era solo un breve estratto dell’interessante editoriale, non a caso intitolato “La vecchia narrazione”, che vi consiglio vivamente di leggere per capire meglio le ragioni per le quali oggi diventi sempre più difficile trovare il dialogo con una sinistra così…
Tutto merito suo. Walter Veltroni rivendica oggi il merito della positiva conclusione della trattativa tra Sindacati e CAI sulla questione Alitalia. E pensare che non ce ne eravamo neppure accorti tutti presi come eravamo dall’incalzante avvicendarsi di notizie e smentite sul possibile fallimento di Altalia! Oggi finalmente la grande rivelazione: Alitalia è salva grazie al provvidenziale intervento del leader del governo ombra. Si, perchè lui, come un vero agente segreto, si è mosso nella penombra senza farsi assolutamente notare! Del resto è sempre stato un maestro nel riuscire a passare quasi inosservato… Finalmente a Porta a Porta l’annuncio ufficiale: «Ho dato una mano per evitare una tragedia, tenendo relazioni con Colaninno e i sindacati. Questo è il ruolo di una forza responsabile. Se non lo fossimo avremmo evitato di intervenire, ma prima viene l’interesse del Paese». Così chiosa super Walter, l’eroe che passerà alla storia per avere salvato Alitalia dopo aver sgominato quella banda di bulli al governo che nulla hanno fatto per salvare la nostra compagnia di bandiera. Anzi, per la verità Silvio Berlusconi era talmente sicuro in cuor suo che il mitico Walter ce l’avrebbe fatta che se n’è andato tranquillo a rilassarsi in un centro benessere in Umbria… Quel cattivone di Paolo Bonaiuti, portavoce di Silvio, lo attacca: «Vuol prendersi il merito di aver tenuto insieme imprenditori e sindacati, ma fino a tre giorni fa ha fatto esattamente il contrario». Ma che malfidato!… Ma lo attacca pure quell’azzeccagarbugli di Antonio Di Pietro: «Veltroni arriva all’ultimo minuto — dice il leader dell’IdV — e, senza aver partecipato a nessuna manifestazione con gli operai, dice che grazie a lui gli operai ce l’hanno fatta». Ma che gente ingrata!… Mi immagino già il prossimo intervento di quell’impunito di Crozza nella prossima puntata di Ballarò, una gag dedicata al leader del PD anche questa volta non gliela leva nessuno… Mitico Walter! Se non ci fosse lui a strapparci un sorriso…
Epifani e la Cgil si trovano adesso nella scomoda posizione di dovere rendere conto dell’atteggiamento irresponsabile con il quale hanno gestito la vicenda Alitalia. Un paradossale gioco al rialzo che ha finito col ritorcersi alla fine come un boomerang minando la stessa credibilità dell’associazione sindacale e del suo leader in pectore. Critiche piovono non solo dal governo ma anche dagli altri sindacati. Silvio Berlusconi ha sottolineato ancora come alla base del fallimento di Alitalia ci siano state da parte della Cgil gravissime responsabilità. “Sono degli irresponsabili. Non guardano al bene del Paese e ai guai sociali che potrebbero derivarne. Stanno facendo di tutto per far saltare l’accordo. Hanno perfino definito gli imprenditori della cordata Cai dei ’banditi’, con il risultato di scoraggiarli e demotivarli”. Cosi’ si è espresso il Premier nei confronti dei dirigenti della Cgil, in un’intervista ad Affaritaliani.it: “Ora la loro ricetta produrra’ disoccupazione e disastri”. Ma certamente condivisibili appaiono anche le dichiarazioni di Renata Polverini, Segretario generale dell ‘Ugl: “La Cgil probabilmente non pensava di arrivare a tanto. Il suo tira e molla portato all’estremo, sino a dieci minuti prima della scadenza dell’ultimatum di Colaninno, non ha sortito gli effetti desiderati. Anzi, è stato un boomerang. Probabilmente Epifani era convinto che la cordata cedesse, ha voluto e giocato col fuoco. E purtroppo si è bruciato”.
L’interrogativo che alberga oggi in tutti noi è come sia possibile che sia successo tutto questo. Forse non se lo spiegano neanche in Alitalia, o forse nemmeno se ne sono resi conto del tutto quelli che ieri paradossalmente esultavano alla notizia del ritiro dell’offerta del gruppo guidato da Roberto Colaninno. Pochi coloro che con un barlume di lucidità avevano capito che era ormai accaduto l’irreparabile. La situazione della nostra compagnia di bandiera è precipitata in questi anni senza che nessuno facesse qualcosa di concreto per evitare un tracollo annunciato. Le responsabilità della politica e dei governi di entrambi i fronti che si sono via via succeduti sono certo innegabili. Ma nel momento in cui finalmente il senso di responsabilità sarebbe stato d’obbligo hanno invece prevalso come al solito le consuete strumentalizzazioni politiche e ideologiche. Non vi è dubbio che in questo caso la maggior parte delle responsabilità del fallimento della trattativa ricade infatti proprio su quei sindacati che hanno voluto giocare ancora una vergognosa partita a rilancio sulle spoglie di un’azienda pubblica devastata ormai da anni di speculazioni politiche e sindacali. La Cgil ha fatto ancora una volta il suo gioco, bleffando sulla pelle dei lavoratori illusi come sempre da un sindacato che assomiglia sempre più ad una casta o una corporazione schiava di schemi e ideologie politiche, che tutto fa tranne mantener fede alla propria missione, quella cioè di difendere realmente i lavoratori e garantire loro la salvaguardia del posto di lavoro. Intanto va in onda lo scaricabarile. Scontato l’intervento di Veltroni che sulle ali del disfattismo già messo in atto da Epifani accusa il governo di “gestione dilettantesca” della vicenda Alitalia. Non regge nemmeno la scusa avanzata dall’opposizione che si poteva fare a suo tempo l’accordo con Air France, perche’ si dimentica che anche in quel caso tutto è saltato per una rottura tra Spinetta e i gli stessi sindacati”. E’ anche colpa di una mentalità difficile da estirpare in base alla quale si considera lo stato come un ente mutualistico, pronto a venire ogni volta in soccorso con investimenti pubblici per garantire privilegi che altri dipendenti di aziende private neanche si sognerebbero. Questo forse spiega anche le inconsuete scene di esultanza di gran parte dei piloti di Alitalia. Che nessuno abbia realmente compreso la gravità della situazione lo dimostrano queste curiose affermazioni del leader della Cgil: «La Cgil ha firmato le parti dell’accordo sul piano di salvataggio di Alitalia e sui contratti dei lavoratori che rappresenta, ovvero i dipendenti di terra di Alitalia. Non rappresentando i piloti e gli assistenti di volo, in nome di un elementare principio di democrazia sindacale, non poteva dare il proprio assenso». Questo ha dichiarato Epifani. E così ha preferito affondare Alitalia…
Walter Veltroni torna all’attacco. Il segretario del Pd, nell’intervento che ha chiuso la scuola estiva del partito in Toscana, si scaglia di nuovo a testa bassa contro il governo, accusandolo di “rovinare economicamente, politicamente e moralmente l’Italia”. Un deciso cambio di passo che da Firenze in poi segna una nuova strategia da parte dell’opposizione, in preda ad una crisi sempre più profonda. I consensi in continua ascesa per il governo e quelli al contrario inesorabilmente in picchiata del PD, non lavorano certamente in favore di Veltroni che si vede inevitabilmente costretto a tentare il tutto per tutto al fine di evitare quello che sembra alla fine delinearsi come un vero e proprio suicidio politico. E pensare che si sarebbe potuta davvero aprire la stagione del dialogo… Invece il leader del PD ha perso la sua grande occasione. Le sue argomentazioni, il più delle volte prive di fondamento, appaiono sterili e senza contenuti. Nessuna idea, nessuna proposta concreta che valga la pena di prendere in considerazione. Solo ed esclusivamente invettive ai danni dell’esecutivo e del suo rivale Silvio Berlusconi, giunto invece all’apice del consenso. Ha ragione Cicchitto nel dire che “Veltroni sembra un disco rotto”. Rincara la dose il coordinatore di Forza Italia Denis Verdini che replicando alle affermazioni del leader dell’opposizione aggiunge: “Si trinceri pure, Veltroni nei suoi ingiustificati complessi di superiorità. Il Paese va avanti e non ha tempo di aspettare le sue contorsioni politiche e i ritardi storici del Pd, perché le riforme sono necessarie e urgenti, e noi le faremo anche senza di lui”. Si, perchè mentre Veltroni continua a parlare senza proporre nulla di concreto se non il crollo totale dei propri consensi, il governo lavora e continua a portare avanti la sua linea politica positiva e concreta per superare la difficile situazione economica e sociale del paese. Il vecchio trucchetto della sinistra di ribaltare la realtà con le chiacchiere questa volta non funziona. Qualcuno spieghi a Veltroni che l’aria fritta in politica non paga…
Ho sempre pensato che Gianfranco Fini fosse un leader. Dopo le parole pronunciate alla festa dei giovani di An a Roma che hanno messo definitivamente a tacere le polemiche scatenate nei giorni scorsi dal ministro Ignazio La Russa e dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, su Salò e sulle leggi razziali, ne ho praticamente la certezza. Un leader si misura dal coraggio e dalla capacità di vedere oltre. In questo il presidente della Camera è stato un vero antesignano essendo stato il primo a rilanciare lo sdoganamento del fascismo già dai tempi di Fiuggi. Ed è proprio «dalle tesi di Fiuggi» che Gianfranco Fini invita la destra italiana a riconsiderare sotto un’altra luce le tesi del passato. «La destra si riconosca nell’antifascismo». «Il giudizio della destra deve essere negativo in ragione della limitazione della libertà» di quel regime. «Non possiamo negarci la storia – ha aggiunto – e il fascismo fu una dittatura che negò alcune libertà fondamentali». Questo il monito pronunciato dal leader di AN alla platea dei giovani. Una posizione chiara e netta che non lascia spazio agli equivoci. «La destra – ribadisce Fini – deve ribadire in ogni circostanza questi concetti, proprio per superare il passato, non per archiviarlo, ma per costruire una memoria che consenta al nostro popolo di andare avanti». Parole certamente condivisibili, che confermano con quanto coraggio e lucidità politica Gianfranco Fini stia portando avanti il suo percorso verso la destra del futuro.
Un’estate da incubo per il PD ed il suo leader Walter Veltroni. Le bordate che la scorsa settimana l’ex ministro Arturo Parisi ha riservato al partito e al suo massimo esponente nel corso di un dibattito alla festa del Partito democratico a Firenze, sono solo le ultime avvisaglie di una crisi ormai irreversibile di un partito che non è mai veramente decollato. Parisi giudica senza mezzi termini «fallimentare» l’esperienza del governo ombra messa in campo dalla coalizione di centrosinistra e non ha certo risparmiato critiche soprattutto nei confronti di Veltroni: «Il totale dei 300 giorni di Veltroni porta il segno meno; 100 giorni di Berlusconi sembrano avere il segno più» ha detto Parisi. «Veltroni impari da Berlusconi a tenere un filo e a svolgerlo nel tempo. Il Cavaliere – ha aggiunto l’ex ministro della difesa – ha imparato dai suoi errori e dovremmo imparare anche noi». Parole pesanti come macigni, ma che rispecchiano la realtà dei fatti. Una verità dura da digerire anche per uno come Veltroni, che sabato sera, nella serata di chiusura della Festa democratica nel capoluogo toscano, abbandona per una volta i toni concilianti di sempre e meno “serenamente” e “pacatamente” del solito lancia strali infuocati dal palco fiorentino contro i dirigenti della sua coalizione che ultimamente hanno deciso di isolarlo in modo quasi imbarazzante. Tra parisiani, dalemiani, dipietristi e chi più ne ha più ne metta, il PD appare oggi una creatura informe ancora in cerca di una sua vera identità, divorata al suo interno da velenose correnti intestine che ne stanno decretando l’inesorabile agonia. A Veltroni non resta a questo punto che difendersi come può attaccando a testa bassa con le unghie e con i denti. Del resto è anche umanamente comprensibile, vista la situazione certamente critica che rischia di trasformare l’ultimo leader della sinistra italiana nell’ennesimo agnello sacrificale sull’altare della sinistra italiana ormai allo sbando più totale, reduce da una sconfitta che non ha precedenti alle ultime elezioni. Ed ecco allora quel pacioccone di Veltroni trasformarsi d’improvviso in una tigre, che costretta nell’angolo, mena furiose zampate a destra e a manca per uscire da un assedio che rischia di assumene i contorni di una trappola mortale. Ne ha davvero per tutti. Da Parisi a D’Alema, da Di Pietro a Prodi, senza risparmiare Rifondazione comunista, che «mentre stava al governo intratteneva rapporti con i terroristi delle Farc, quelli che avevano rapito Ingrid Betancourt». Insomma, è un Walter che non le manda certo a dire questa volta, che picchia duro nell’estremo assolo contro tutto e tutti, governo compreso, riuscendo persino ad infiammare la platea (più facile in Toscana) nella segreta speranza di riconquistare almeno un minimo di consenso per provare a ripartire. Già, ma ripartire da dove? Questo è il problema vero della sinistra. Su una cosa soltanto devo ammettere che Veltroni ha ragione da vendere, quando dice: «Se c’è una cosa che invidio al centrodestra è la sua capacità, quando ha perso le elezioni, di rimboccarsi le maniche e ripartire, senza autodevastarsi come facciamo noi». Vero. Ma come ho già detto altre volte l’umiltà non è cosa di sinistra…








