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La chiamano “onda”. Ma si tratta in realtà di una protesta politica a tutti gli effetti. La voglia di manifestare, di “okkupare” strade e stazioni ferroviarie senza nemmeno sapere in realtà per cosa veramente si protesta, dilaga tra i giovani strumentalizzati all’inverosimile da chi orchestra il tutto da dietro le quinte. Nel backstage sinistra e sindacati preparano meticolosamente la scena curando ogni minimo dettaglio. Mandano avanti i giovani studenti indottrinati a dovere, seguiti da docenti con il volto contrito pronti a salire in cattedra anche davanti ai microfoni dei giornalisti pur di gettare fango sul decreto e sull’operato del governo. Seguono poi i genitori con i bambini, che entrano in scena con sapiente maestria per conferire alla rappresentazione quel vago sapore di innocenza e purezza che completa il tutto come la ciliegina sulla torta. Spuntano pure cartelli inneggianti ad un ipotetico referendum (su cosa poi ce lo devono ancora spiegare), idea francamente assai suggestiva. Comunque bravi, non c’è che dire. In questo la sinistra è in grado di competere con i migliori registi del cinema surreale. Vorrebbero farci credere che si tratta di una protesta spontanea, ma di spontaneo purtroppo c’è veramente poco. Lo dimostra il fatto che si organizzano picchetti per impedire di studiare a chi non vuole unirsi alla protesta. Che vi siano sedicenti studenti che hanno un’età media tra i 35 ed i 50 anni mescolati tra le file dei manifestanti, esponenti dei centri sociali e soggetti dall’aria poco rassicurante (sia di estrema destra che di estrema sinistra) pronti a gettare scompiglio non appena se ne presenti l’occasione. Si è presentato perfino Beppe Grillo, ma stavolta gli è andata male. Sonoramente contestato anche lui ha dovuto battere in ritirata. Era ora che si accorgessero del suo opportunismo… Al di là di tutto comprendo sinceramente anche la buona fede di molti giovani, il loro malessere anche giustificato se vogliamo da una politica che non li ha sempre rappresentati al meglio in questi ultimi anni, il loro innato e naturale spirito ribelle (beata incoscienza…) che tutti abbiamo avuto in quella meravigliosa stagione della vita costellata di belle speranze. Ma quando proprio la politica, come sempre accade, ti scippa quello spirito utilizzandolo per i suoi scopi tutt’altro che romantici, allora siamo di fronte ad un vero e proprio plagio delle coscienze, ovvero la classica strumentalizzazione che l’opposizione sta oggi cavalcando in preda alla sua più profonda crisi di argomenti e di strategie. Ecco perchè oggi, questa, altro non è che un’onda anomala…
Dopo il via libera del Senato al dl Gelmini la rivolta di piazza imperversa più di prima. Stendiamo un velo pietoso sugli scontri di questa mattina tra studenti e polizia, una cosa vergognosa. Sintomo di un malessere che certo viene alimentato e soprattutto strumentalizzato da chi preferisce la confusione alla chiarezza, lo scontro a priori rispetto al confronto civile. Forse è il frutto di un diffuso malcostume che vorrebbe impedire ogni forma di cambiamento, o più semplicemente la volontà di mantenere inalterati quei meccanismi corporativi che sono stati fino ad oggi la causa principale del lento ed inesorabile declino della scuola italiana. Stessa cosa possiamo dire delle università, ridotte a fortini inespugnabili per docenti e sindacati complici di un sistema di privilegi e baronie che hanno dell’inverosimile. Ma tornando al decreto Gelmini, approvato oggi al Senato, è ancora evidente negli slogan e nei contenuti della protesta una disinformazione di base davvero sconcertante. Non si conoscono ancora ad esempio le notevoli differenze esistenti tra un decreto ed una riforma, i contenuti effettivi del dl Gelmini che nulla c’entrano con i tanto contestati tagli all’Università e alla ricerca. Di questi ultimi semmai si parla all’articolo 64 (Disposizioni in materia di organizzazione scolastica) della Legge n. 133 del 6 agosto 2008, per la precisione nel capitolo che riguarda la stabilizzazione della finanza pubblica al capo II (Contenimento della spesa per il pubblico impiego), già a suo tempo anticipato dal Decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitivita’, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria). Insomma, si occupano le piazze senza avere il più delle volte un’idea veramente chiara su cosa e perchè si sta protestando. Ma il peggio è che si utilizzano le masse di studenti per un evidente disegno strumentale atto a confondere le acque per coprire le magagne in cui versa oggi l’intero sistema dell’istruzione in Italia e coloro i quali, da questa situazione, hanno tratto per anni vantaggi e privilegi con la complicita di sinistra e sindacati. Non è un bel quadro…
Alla fine è stato solo un bagno di folla che ha rinfrancato un po’ la sinistra, una mera operazione mediatica utile almeno in parte a ridare tono e linfa vitale ad una opposizione sempre più divisa e traballante. Un giorno di vana gloria per Walter Veltroni, che sul palco del Circo massimo si è sentito per qualche ora quasi come Obama servendo alla platea festante la solita melassa infarcita di retorica e demagogia in perfetto stile veltroniano. Di contro davvero poche le proposte per superare la crisi, troppo poche per competere con un governo che che in pochi mesi ha fatto quello che un esecutivo di sinistra non sarebbe mai riuscito a fare neanche in una intera legislatura. Tutto il resto è stata solo ordinaria amministrazione. A partire dal balletto delle cifre: due milioni e mezzo quella sbandierata dagli organizzatori, appena 200mila secondo la Questura. Da notare che il Circo Massimo può contenere circa 300mila persone… Ma cifre a parte ciò che è stata messa in scena altro non è stata che la consueta sfilza di insulti all’indirizzo del Ministro Gelmini, bersaglio privilegiato dell’intera manifestazione. Le scritte anti-Gelmini la facevano da padrone in mezzo ad una folla inneggiante a Walter Veltroni, ritrovato leader dell’antiberlusconismo viscerale che tanto piace ancora alla sinistra. Anzi, ancora oggi questo sembra essere l’unico collante in grado di ricompattare almeno per un giorno l’opposizione. In definitiva il nuovo Pd non sembra affatto discostarsi dai vecchi clichè, nonostante sul palco campeggi uno slogan che dice «Un’altra Italia è possibile». Stranezze di una sinistra ancora in cerca di una nuova identità, incapace di vedere oltre i propri limiti.
Alleanza finita tra Walter Veltroni e Antonio Di Pietro. Termina in modo burrascoso, con un annuncio a sorpresa durante la registrazione di «Che tempo che fa», il sodalizio tra Pd e IdV. Un sodalizio che nei fatti non è mai esistito fin dall’inizio tra il leader dell’opposizione e quello dell’Italia dei Valori. Probabilmente l’unica scelta coerente e condivisibile fatta fino ad oggi da Veltroni. Una volta tanto il leader del pd è uscito dall’ombra liberandosi di quell’ingombrante fardello rappresentato da Di Pietro e da i suoi peones, recidivi portabandiera di quell’antiberlusconismo viscerale dal quale una certa sinistra non è mai riuscita veramente a disintossicarsi. Ora tra i due scoccano scintille. Di pietro attacca a testa bassa definendo quella del PD «Opposizione inesistente». Vero, fino ad oggi non sono stati capaci di produrre nulla di concreto se non il negazionismo a prescindere su ogni provvedimento del governo in carica. Non una sola proposta seria e concreta, nessun confronto possibile su qualsiasi argomento di interesse nazionale. Ma in questo certamente gran parte delle responsabilità sono da imputare proprio all’ostruzionismo di Di Pietro e al suo ostentato antagonismo nei confronti dell’alleato Veltroni. Anche per colpa sua alla fine il governo ombra tale è rimasto di nome e di fatto. La scelta di Veltroni, se pur sofferta (o forse dettata da qualche spiraglio d’intesa con l’UDC, chissà…), appare come il naturale epilogo di un matrimonio nato male fin da subito. I matrimoni combinati non possono durare più di tanto e prima o poi la coppia scoppia. Il leader dell’IdV ha impostato la sua strategia politica raccogliendo il testimone ed i banchi vuoti lasciati dalla sinistra radicale, mentre il PD si presentava in pompa magna con le credenziali di una sinistra moderna e proiettata nel futuro, scevra da simboli e richiami all’ ideologia del passato. Invece è finita che a sinistra di veramente “nuovo” ad oggi non si è visto ancora nulla…
Sinceramente ho accolto con molta perplessità quella mozione della Lega nella quale si vorrebbero creare classi apposite solo per immigrati al fine di fornire loro le basi della conoscenza della lingua italiana. Una forma di integrazione più efficace, un’iniziativa importante e lodevole l’ha definita Roberto Cota, il deputato leghista che ha presentato in Aula il testo della mozione passata solo per una manciata di voti in più ma creando grande clamore e le dure critiche dell’opposizione. Quest’ultima ci ha marciato su a più non posso. Ma del resto questa volta credo che gliene abbiamo dato l’occasione giusta. Persino Gianni Alemanno frena su tale ipotesi, che personalmente trovo discutibile per come è stata probabilmente posta e presentata in un momento come questo in cui la scuola italiana è già terrreno di scontro frontale tra maggioranza ed opposizione. Forse non conviene tirare troppo la corda, strafare a volte senza rendersi conto delle conseguenze politiche e mediatiche che certi provvedimenti sono in grado di innescare. Sono convinto che Roberto Cota non sia partito da una idea discriminante nè tantomeno era nelle sue intenzioni introdurre una forma di apartheid, ma involontariamente ci è scivolato dentro senza forse rendersene conto del tutto. Non penso che si tratti di una buona iniziativa e credo che forse in questo caso una piccola pausa di riflessione sarebbe opportuna. Piuttosto che fare classi differenziate dovremmo responsabilizzare di più gli immigrati verso una integrazione fatta di regole chiare e di reale volontà di integrarsi. Non possiamo far pagare ai bambini le negligenze dei loro genitori. Più che isolarli con l’ingenuo pretesto di metterli insieme a quelli che hanno le stesse conoscenze e che per questo motivo non possono né prevaricarli, né prenderli in giro, né sentirsi a loro superiori, dovremmo piuttosto educare anche i nostri figli ad una maggiore cultura del rispetto e della solidarietà. Che regole siano, sempre, ma uguali per tutti e senza distinzioni…
Non c’è pace per Mariastella Gelmini. Gli attacchi al ministro dell’Istruzione sono ormai all’ordine del giorno. Questa volta sono stati l’ex ministro Pd della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni e Maria Pia Garavaglia, ministro dell`Istruzione del governo ombra del Pd, che l’hanno attaccata circa la paventata chiusura di 4mila istituti con meno di 500 alunni inserita dal Governo nel decreto sulla sanità. A quanto pare si tratta ancora di notizie false e tendenziose atte solo a gettare ombre sull’operato del ministro e di conseguenza del governo Berlusconi. Accuse puntualmente smentire seccamente e rispedite al mittente dalla stessa Mariastella Gelmini, che in una nota definisce “incomprensibili ed arbitrarie” le dichiarazioni degli onorevoli Fioroni e Garavaglia. Ma ormai la disinformazione diffusa ad arte dalla sinistra per confondere le idee sull’argomento sembra un fenomeno inarrestabile. Tagli per 8 miliardi, licenziamenti di massa, abolizione del tempo pieno. Sono solo alcune delle ridicole voci che dall’opposizione e dai sindacati vengono sparse a piene mani. I tagli previsti a partire dal prossimo anno saranno appena dell’1% del budget previsto, mentre le previsioni per il triennio 2009-2011 saranno di un taglio di circa 3,6 miliardi spalmati su tre anni. La riduzione del numero di cattedre avverrà gradualmente limitando le nuove assunzioni fino al 2012, mentre per quanto concerne il tempo pieno è stato già detto e ribadito più volte che l’intenzione è quella di andare piuttosto verso un aumento delle ore che verso una riduzione delle stesse. E’ utile inoltre sottolineare che già durante il precedente governo Prodi era previsto (proprio dal ministro Fioroni) un piano di tagli che rientrasse in «una logica di razionalizzazione». L’unica differenza tra il governo attuale ed il precedente è che quest’ultimo ha preferito alla fine la logica del non fare rispetto a quella dell’agire. Pertanto oggi la sinistra preferisce di nuovo affidarsi alla piazza, il luogo dove riesce ad esprimere l’unica forma di dialogo che conosce, ovvero il dissenso e la protesta ideologica. Eppure la situazione in cui oggi si trova la scuola italiana imporrebbe un minimo di raziocinio e di riflessione. Numeri e cifre alla mano si evince che su 100 euro del faraonico bilancio della scuola italiana 97 vanno direttamente nelle tasche dei dirigenti scolastici, degli insegnanti e del personale Ata (amministrativo, tecnico e ausiliario). La quota destinata alle spese di funzionamento (Informatica di servizio, cancelleria e spese di pulizia esternalizzate) supera di poco l’1 per cento. La restante parte (il 2 per cento circa) viene trasferito ad enti pubblici e privati o viene utilizzato per l’edilizia scolastica. Persino Giovanni Floris (che non è certo di destra…) nel suo ultimo libro “la fabbrica degli ignoranti”, edito da Rizzoli, elenca le grandi magagne della scuola italiana. “Nella classifica Ocse dei paesi più istruiti l’Italia è al 28° posto su 30. Fondi perduti e graduatorie infinite, professori senza cattedra e cattedre senza professori: i mille acciacchi di una pubblica istruzione in via di distruzione”. Questo si legge nella prefazione del libro che vi consiglio vivamente di leggere per comprendere forse meglio le ragioni di una profonda e necessaria riforma senza la quale la scuola nel nostro paese rischia purtoppo il tracollo. E la risposta della sinistra alla questione sarebbe la protesta di piazza? A voi le conclusioni…
Il governo ha definitivamente licenziato il testo della legge che istituisce il federalismo fiscale. E’ solo l’ultima conferma del grande impegno profuso dal governo in questi primi mesi di governo, probabilmente i più produttivi in assoluto se messi a confronto con i precedenti governi che si sono succeduti in questi ultimi anni. Una enormità se volessimo poi prendere come termine di paragone i due anni del governo Prodi, che al contrario sono passati alla storia per il record della più alta improduttività. Oggi l’opposizione anziché prendere atto di questa inconfutabile realtà, mostra tutta la propria insofferenza per questi lusinghieri risultati attaccando il governo in modo assolutamente pretestuoso e senza una controproposta degna di essere considerata tale. Le piazze rosse sono pronte ad accogliere i compagni sobillati dal nuovo eroe del rinato antiberlusconismo, quel tal Tonino Di Pietro che oggi ha raccolto per mero opportunismo politico la scomoda eredità lasciata dalla sinistra radicale ormai fuori dal Parlamento. Al povero Veltroni, non resta altro che adattarsi all’inedita situazione e cambiar pelle più per necessità che per autentica convinzione. Il leader del PD è stato criticato da più parti per il suo atteggiamento definito “troppo morbido” nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma nella sua nuova veste di riconvertito dell’ultima ora nelle linee degli antiberlusconiani, sembra fare un fatale passo indietro rispetto al dialoghismo e comunque sempre in ritardo rispetto al passo deciso intrapreso dalla ruspante opposizione messa in atto dai dipietristi. E mentre il PD dilaniato da correnti intestine perde pezzi lungo la strada il governo continua a mietere consensi in tutto il paese. Come lo stesso Berlusconi ha confermato dal palco della Festa della libertà di Milano,il governo continuerà nella sua strada verso le riforme con o senza l’opposizione. Soprattutto quando l’opposizione scade nel più desolante ostruzionismo.
La risposta di Walter Veltroni all’editoriale di Pierluigi Battista (La vecchia narrazione) pubblicato ieri dal Corriere della Sera, non si è fatta attendere. In una lettera indirizzata al direttore (Perché ho timori per la democrazia), il leader del PD ribadisce la propria preoccupazione per la deriva antidemocratica verso la quale a suo dire il governo sta portando il paese. Esordisce così: “Caro direttore, nel suo editoriale di ieri Pierluigi Battista descrive la preoccupazione e l’allarme che avevo manifestato nell’intervista al Corriere della Sera di domenica come una «vecchia narrazione», come la ripresa di uno scontro muro contro muro in cui viene messa in forse la legittimità democratica dell’avversario. Credo che questa analisi non sia corretta“… Già dalle prime parole si intuisce il tono dell’intera missiva, che conferma lo stato confusionale di Veltroni diviso tra l’anima ribelle antiberlusconiana ben rappresentata da Di Pietro e quella più moderata e riformista, di cui il PD si era fatto promotore inizialmente a quanto pare solo nelle intenzioni. Intanto la stagione del dialogo sembra già esaurita prima ancora di cominciare…







