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Il PD precipita. L’allarme questa volta arriva da Franco Marini, che senza mezzi termini oggi dichiara «o il partito fa un salto di qualità o rischia di precipitare». Le fratture sono sempre più evidenti, in particolare sulla leadership, dove lo scontro tra veltroniani e dalemiani è ormai senza quartiere. Se aggiungiamo poi il caso Villari e, in ultima istanza, le dimissioni del governatore della Sardegna Renato Soru è facile intuire come la situazione sia davvero precipitata forse oltre ogni possibile previsione. Veltroni fa fatica a tenere il bandolo della matassa. Invano sembra stia tentando di far tornare Soru sui suoi passi. Il fondatore di Tiscali non pare proprio intenzionato a rimangiarsi le dimissioni e dal gruppo dei “dissidenti” interni al PD arriva un duro monito a Veltroni affinchè “dimostri con atti concreti la volontà di coesione e ricucitura del Pd e del centrosinistra”. Per il leader del PD siamo quindi alla resa dei conti. E’ finito il tempo dei se e dei ma, dei si ma anche. Insomma, è ora di capire che di pasta è fatto veramente questo partito e se il suo leader sarà ancora in grado di traghettare la sinistra verso un possibile futuro. Se l’antiberlusconismo, che sta prendendo come sempre il sopravvento, sarà comunque l’unico debole collante che tiene in piedi i pezzi di un partito già esautorato, o se Veltroni riuscirà di nuovo a catalizzare l’attenzione del proprio elettorato ancora disperatamente in cerca di una nuova identità e di nuove motivazioni in grado di tenere testa ad un governo che fila come un treno sulle macerie della sinistra che fu…
E’ stata una giornata storica. Un’altra tappa fondamentale del lungo cammino intrapreso nel 94 da quanti hanno sempre creduto nei valori della libertà e della democrazia nel nostro paese. Una giornata che ha sancito definitivamente la convergenza di Forza Italia nel Pdl coronando un sogno che adesso diventa finalmente realtà grazie ancora una volta alla lungimiranza di Silvio Berlusconi, al quale oggi dobbiamo solo essere grati. Il senso e lo spirito di questa grande giornata, che celebra un traguardo di fondamentale rilevanza storica e politica è riassunto in queste significative parole di Denis Verdini: “Eravamo il partito di plastica, ma poi lo hanno sentito… Eravamo il partito del niente. Quante offese abbiamo dovuto subire in questi anni. Ricordate tutto quello che ci hanno detto. Ora conta la nostra unità. Non è vero che Fi finisce qui. Adesso, dobbiamo costruire insieme ai nostri alleati, lavorando gomito a gomito, il Partito delle libertà”. L’avventura continua…
Lo hanno definito “nano feroce”, “energumeno tascabile”, ma il ministro Renato Brunetta è solo uno che fa bene il suo lavoro. Il che non è poco in un Italia in cui la politica per troppi anni ha preferito chiudere gli occhi davanti a quell’immenso apparato burocrate e burocratico che si chiama amministrazione statale. Un carrozzone sul quale tutti si sono sentiti fino ad oggi garantiti e coperti da governi complici e sindacati amici che hanno permesso di trasformare il posto statale in una sorta di bengodi per fannulloni incalliti. Non tutti sono così, questo lo sappiamo, il che è ancora peggio. Ciò significherebbe ammettere che alcuni sono costretti a lavorare anche per gli altri a scapito non solo di se stessi ma pure del paese, che ne riceve comunque un danno nel complessivo (pur ammettendo che il lavoro di quei pochi possa essere proficuo ma non soddisfacente) se rapportato al risultato globale. Che poi sia scoppiata la bufera dopo che Brunetta ha dichiarato che i fannulloni “sono spesso di sinistra” conferma ancor di più che sia stato per la prima volta infranto una specie di tabù. E’ inevitabile infatti che il pensiero vada proprio alla CGIL, principale sindacato anche fra gli statali, che ha sempre avallato e difeso negli anni questo sistema basato sul privilegio e sull’impunità. Oggi gli statali si sentono attaccati, ma non hanno ancora compreso che l’idea balzana di essere degli intoccabili in una specie di santuario, come si illude di essere chi lavora nel pubblico impiego, è destinata a tramontare definitivamente se vogliamo davvero riportare il paese sui binari e non lasciarlo andare alla deriva sperando che i privati ci mettano come al solito un pezza. Le bordate del Ministro della Pubblica Amministrazione hanno innervosito Epifani proprio perchè vanno a toccare corde assai sensibili, in grado di mettere a nudo scomode verità. In realtà l’unica colpa di Brunetta è quella di avere avuto il coraggio di sollevare il coperchio della pentola. Bene ministro, avanti così!…
La CGIL è sola. Il più grande sindacato italiano somiglia ormai ad un gigante vecchio e appesantito da anni di pressioni politiche che ne hanno influenzato fin troppo l’azione e la gestione dei propri tesserati. Oggi la CGIL barcolla, si isola, arranca nelle trattative ai tavoli del commercio e del pubblico impiego, si alza e sbatte la porta sottraendosi alle proprie responsabilità di fronte ai lavoratori. Così, mentre gli altri sindacati sottoscrivono i nuovi contratti e la modifica del modello contrattuale in condivisione con la Confindustria, Epifani come un condottiero ferito e allo sbaraglio tenta disperatamente di sollevare le piazze contro tutto e contro tutti. E non è un caso che questo avvenga proprio in un momento in cui governa il centrodestra. Al contrario, durante i governi (amici) di sinistra, si assisteva alla solita pantomima della finta protesta salvo poi rientrare subito nei ranghi con buona pace dei baldanzosi compagni pronti a ritrovare subito l’armonia di sempre sotto una sgargiante bandiera rossa. Nasce pertanto naturale il sospetto (o meglio la certezza) che l’azione e l’atteggiamento della CGIL siano stati costantemente dettati da posizioni prettamente politiche e ideologiche. Avanti da soli quindi! Dopo la frattura con le altre organizzazioni confederali Guglielmo Epifani indice (sempre da solo) lo sciopero generale, deciso (così dice) dal direttivo dell’organizzazione sindacale a seguito di una votazione interna. Vorrebbero farci credere che qui la politica non c’entra? La sensazione è che la CGIL oggi rappresenti ormai solo l’ultimo baluardo vetero-comunista destinato a sgretolarsi con l’erosione del tempo e degli eventi…
Chi li ha visti insieme non avrebbe mai pensato, fino a quel momento, che due leader storici di schieramenti politici tradizionalmente opposti come Gianfranco Fini e Massimo D’Alema avessero potuto trovare spunti di confronto e di intesa comuni sui quali costruire un dialogo. C’è chi parla addirittura di un asse Fini-D’Alema sorta in particolare su un argomento di stretta attualità come il federalismo fiscale. Ad Asolo, per il workshop «Federalismo e riforme istituzionali», entrambi auspicano la nascita di una commissione bicamerale in grado di ripartire dalla cosiddetta ‘bozza Violante’ approvata nella scorsa legislatura dalla commissione Affari costituzionali della Camera. Un punto di partenza dal quale avviare finalmente una stagione riformista, come confermato in pieno dalla inedita coppia Fini-D’Alema. Si tratta di un evento certamente positivo, ma che non manca già di sollevare da parte di entrambi gli schieramenti qualche perplessità e qualche mugugno. Una cosa comunque appare subito evidente: cioè che l’inossidabile figura politica di D’Alema sta venendo fuori sempre più prepotentemente, rischiando di diventare quasi ingombrante per un Veltroni ancora in cerca di una sua vera identità in un partito come il PD e in un centrosinistra ancora incerto su quali strategie o politiche adottare per ritrovare nuove forme di consenso. Abbandonare le piazze per il confronto è sicuramente una politica più responsabile, una occasione che Veltroni non ha saputo o voluto cogliere preferendo una strategia di ostruzionismo più populistica e meno responsabile. Un evidente segno di debolezza politica che apre inevitabilmente la strada ad una possibile ritrovata leadership di Massimo D’Alema.
Barack Obama ha vinto. Sarà il 44mo presidente degli Stati Uniti d’America. Il primo presidente nero della storia. La sua elezione rappresenta certamente una svolta epocale e al tempo stesso la più significativa espressione di una forte volontà di cambiamento. Oggi il trionfo di Obama interpreta più che mai il senso e lo spirito del sogno americano. Non sappiamo ancora se sarà o non sarà un grande presidente, ma una cosa è certa: Obama è già entrato di diritto nella storia e, forse, anche già nella leggenda.
Come sempre accade in America vincerà chi ha saputo gestire meglio rispetto all’avversario la propria campagna elettorale dal punto di vista mediatico. Negli Stati Uniti l’immagine è tutto ed è sempre stata determinante ai fini della vittoria. La comunicazione in politica è ciò che oggi fa la differenza. Ne sa qualcosa lo staff di Barack Obama, che ha costruito su quest’uomo assurto a simbolo di rinnovamento una campagna oserei dire perfetta, senza significative sbavature, in grado di reggere anche agli attacchi più pesanti da parte dei suoi avversari. Ecco perche oggi il candidato democratico è arrivato al rush finale delle presidenziali con un vantaggio dell’otto per cento sul rivale John McCain. Quest’ultimo ha puntato troppo sul passato, sul rigore a volte eccessivo ostentato dai conservatori tanto da risultare quasi goffo ed anacronistico in un contesto storico, come quello attuale, in cui il mondo sente quasi per vocazione la necessità di un cambiamento, qualunque esso sia e da chiunque ne sembri essere un possibile artefice. L’immagine di McCain è apparsa fin da subito non particolarmente brillante in questo senso, così come la sua scelta certamente fatale di affidarsi a Sarah Palin come candidata alla vicepresidenza. Una scelta a breve rivelatasi infelice, che ha finito con l’incidere assai negativamente (se non addirittura rovinosamente) sull’esito della campagna elettorale del candidato repubblicano. Non so dirvi chi sia meglio dei due, nè conosco entrambi a tal punto da poter esprimere con certezza un giudizio competente su cosa dovremmo veramente augurarci. L’elezione di un presidente alla guida della principale potenza mondiale rappresenta sempre e comunque un evento in grado di modificare assetti ed equilibri politici rilevanti nello scacchiere mondiale. Non si tratta quindi di una scelta a cuor leggero. Una cosa è certa però, Obama incarna in pieno quella voglia recondita di novità e spregiudicatezza che alberga inconsciamente in ognuno di noi, o in chi almeno si definisce per istinto ed orientamento un autentico “liberale”. E’ riuscito forse più di chiunque altro (e certamente più del suo avversario) ad evocare l’immagine e lo spirito di quel sogno americano di cui il paese a stelle e striscie è in assoluto il simbolo universale. Comunque vada, God Save America!…







