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dipietroantonioStavolta l’ha fatta davvero grossa. Inutile il giorno dopo cercare di ridimensionare l’accaduto, trincerandosi dietro la solita scusa delle parole fraintese. Nessuno avrebbe lontanamente immaginato che si sarebbe spinto fino a tanto, nemmeno il povero Veltroni, che di gatte da pelare in questo periodo ne ha già fin troppe. Lo scomodo alleato, che ora rischia seriamente di compromettere l’asse PD-Idv, ha preferito fare coppia con il guru dell’antipolitica per eccellenza, ovvero Beppe Grillo. Insieme sembrano il gatto e la volpe, stanno in società e di loro nel centrosinistra hanno forse capito che non ci si può più fidare. Le bordate tuonano da più parti: dalla capogruppo dei senatori, Anna Finocchiaro: «La dissennatezza di Di Pietro è senza alibi», al vicepresidente del Senato, Vannino Chiti: «Ingiurie inammissibili, deve vergognarsi e scusarsi, il suo è un contributo al degrado della vita politica». Insomma i vertici del Partito Democratico insorgono compatti per tentare di salvare le apparenze e la faccia dopo l’ultima uscita del masaniello della sinistra italiana. Da giudice inflessibile di Tangentopoli l’irrefrenabile Tonino oggi si trasforma in protagonista ideale dell’era di “Insultopoli”, definizione quantomai realistica con la quale il giornalista Filippo Facci descrive l’attuale clima politico che regna in particolare tra le file dell’opposizione. Il povero Tonino alquanto attapirato ora si becca persino le bacchettate di una compagna doc come Rosy Bindi, che ci strappa pure un sorriso quando chiede al capo dell’Idv di inginocchiarsi e fare penitenza: «Ha smarrito il senso delle istituzioni, farebbe bene a scusarsi». Ma non è che niente niente ha smarrito pure la ragione?…

fini_2Momenti di tensione ieri per l’intervento del presidente della Camera Gianfranco Fini all’Università di Roma “La Sapienza” per l’inaugurazione dell’anno accademico del Master in Istituzione Europee e Storia Costituzionale, dove ha tenuto una lectio magistralis sull’Unione Europea. A contestarlo il solito sparuto gruppo di studenti dell’onda, tra i quali anche un giovane che gli ha urlato «fascista». Sono seguiti poi i consueti cori «Vergogna, vergogna», «La sicurezza del potere: controllo e repressione», «Frati e baroni, Fini e buffoni», «Complici del massacro di Gaza», «Fini-tela» oltre agli immancabili striscioni di condanna per «il massacro di Gaza». Insomma il copione è sempre il solito, orchestrato anche in questa occasione da militanti della sinistra estrema ostili a prescindere a qualsiasi evento che vede come protagonisti esponenti dell’attuale governo in carica. Oltre alla solidarietà dei colleghi della maggioranza che ha definito la protesta “indegna e puramente provocatoria”, Fini ha ricevuto anche la solidarietà del Pd: «Crediamo sia un errore trasformare le legittime occasioni di manifestazione del pensiero e delle posizioni politiche in un’occasione di insulto nei confronti delle istituzioni e di chi le rappresenta» come ha sottolineato il portavoce Andrea Orlando. Il bello è che l’onda anomala ha persino contestato il fatto che si volesse impedire ai manifestanti di esprimere il loro dissenso. In realtà sono andate in scena striscioni ed urla decisamente offensive ai danni di Gianfranco Fini. Alle quali peraltro il presidente della Camera ha replicato affermando di non sentirsi «per nulla infastidito» dalla contestazione. «Era una manifestazione ampiamente prevista ed era anche ampiamente previsto che fosse così scarso il numero dei partecipanti». Resta comunque chiaro il fatto che bisognerebbe forse spiegare a questi gruppetti di facinorosi che esiste una differenza notevole tra il pacifico dissenso e la bieca intolleranza. L’una è figlia della civiltà, l’altra solo dell’ignoranza…

veltroni_Ormai a crederci ancora è rimasto solo lui. Il sogno democratico di Walter Veltroni si è infranto quasi subito, affossato dalle tante, troppe divisioni di cui la sinistra italiana soffre da qualche anno a questa parte. L’inarrestabile consenso che accompagna ancora oggi il centrodestra uscito vittorioso anche dalle recenti competizioni elettorali amministrative e le ultime vicende giudiziarie che hanno investito in maniera rovinosa numerose ammistrazioni locali gestite dalla sinistra, hanno determinato una crisi irreversibile che ha mandato in frantumi il Partito Democratico e le speranze di una possibile rinascita di una sinistra democratica e riformista. Il progetto di Veltroni alla fine è rimasto solo sulla carta, apprezzabile apparentemente nelle intenzioni ma di fatto già fallito prima ancora di cominciare. Le avvisaglie del resto si erano già intuite nella scorsa primavera, quando il centrodestra stravinceva le elezioni in tutto il paese conquistando successivamente anche Roma, lasciando Rutelli e compagni con l’amaro in bocca e la certezza di un declino ormai inarrestabile. Il resto è storia quotidiana, gli inquisiti per corruzione nelle amministrazioni allegre del PD non si contano più e l’immagine della politica nel nostro paese fa rimpiangere quasi i tempi della Prima Repubblica. Gli appelli disperati di Veltroni a mantenere l’unità almeno fino alle Europee sono l’ultima risorsa rimasta di un leader che ha perso definitivamente il carisma e l’autorità per mantenere in piedi un partito che avrebbe dovuto nelle intenzioni rappresentare il rinnovamento della sinistra italiana. In realtà di nuovo non si è visto davvero nulla, se non fosse che Di Pietro si è accaparrato nel frattempo nuovi consensi proprio in quella parte della vecchia sinistra che di cambiare prioprio non ne ha mai voluto sapere. Nessun rinnovamento nemmeno a Napoli, dove la coppia Bassolino-Iervolino continua a governare indisturbata e senza alcun ritegno. Questo chiaramente per non correre il rischio di andare a nuove elezioni col rischio di prendere un’altra bella batosta dopo quella del Friuli e dell’Abruzzo. Ma è chiaro ormai che Veltroni non ha più la leadership e nemmeno più un partito sul quale contare veramente. A remargli contro sono in tanti a partire dai vari D’alema, Parisi, Marini, Soru e via discorrendo. Ma la resa dei conti potrebbe culminare a Firenze, storica roccaforte della sinistra che sull’onda della lenta disintegrazione del PD potrebbe trasformarsi nella Caporetto definitiva. La svolta di Firenze è già nell’aria e sancirebbe la chiusura di un ciclo della sinistra sotto il segno di Veltroni.  Per dirla in tono ironico per il centrodestra finchè c’è Veltroni c’è speranza, se non quasi la certezza di governare ancora per un bel pezzo… Ma ciò che ha pesato principalmente è stata proprio la questione morale, tornata loro addosso come un boomerang. Così come lo storico errore di aggregarsi con Di Pietro. Un inciampo fatale, che oggi alla lunga si sta rivelando determinante in questo meccanismo di autodistruzione.

brunettaArriva da Roccaraso, direttamente dal palco di ‘Neveazzurra’, la ricetta di Renato Brunetta per uscire dalla crisi. “I lavoratori pubblici aiutino l’Italia, sono loro che devono tirare fuori l’Italia dalla crisi”. Su questo punto il ministro della Pubblica amministrazione è assolutamente certo che il traino che può avere l’efficienza della Pa sul resto dell’economia potrebbe rivelarsi fondamentale per la ripresa. Ma al tempo stesso non risparmia un affondo polemico ai danni della Cgil, definita da Brunetta il suo grande nemico. Del resto il più grande sindacato italiano ultimamente ha perso molto in termini di appeal e di credibiltà verso i lavoratori, pertanto per cercare di recuperare non ha altre frecce al proprio arco se non quelle di contrastare ogni possibile cambiamento di mentalità soprattutto nel mondo dell’impiego statale, dove da sempre ha raccolto ampi consensi ed un cospicuo bacino di tesserati. La difesa del privilegio ad oltranza è sempre stata la sua forza e pertanto un ministro come Brunetta, capace di infrangere un tabù sconvolgendo le vecchie consuetudini del mondo del lavoro statale, diventa un nemico da combattere. Lo scontro si è presentato aspro fin da subito. Difficile pensare che ci possa essere un margine seppur minimo di collaborazione. Ed ecco allora che a volte la tendenza è quella di esasperare le parole, le frasi, le dichiarazioni sulle quali la stampa ci gioca a più non posso a seconda di questa o quella parte politica la testata in questione appartenga. L’informazione il più delle volte non sempre corretta pone il lettore di fronte ad un dilemma: ma chi è che esagera? Il ministro Brunetta che sta portando avanti una crociata in modo cieco e ingiustificato contro gli impiegati della pubblica amministrazione, o la Cgil che  copre le inefficienze del servizio pubblico per mero interesse personale spacciando tutti i privilegi acquisiti negli anni da tale categoria di lavoratori come diritti sacrosanti ed inviolabili? Credo che a questa domanda ognuno in coscienza si possa rispondere da solo… Ciò che sappiamo del sacro mondo ovattato dell’impiego statale è sotto gli occhi di tutti e non rappresenta certo una novità. Tutti credo sappiamo o abbiamo direttamente constatato rivolgendoci per vari motivi ad uno sportello pubblico l’indolenza che spesso e volentieri mostrano alcuni impiegati. O peggio l’assenteismo imperante causa principale di lentezza e supeficialità nel rendere al cittadino quei servizi per i quali tutti noi paghiamo le tasse. Non è giusto fare di tutta un’erba un fascio, siamo d’accordo, ma dobbiamo anche partire dal presupposto che se qualcuno non ha il coraggio di portare avanti un cambiamento di mentalità in tal senso non arriveremo mai da nessuna parte. Si tratta di un punto fermo dal quale non si può più arretrare. E se Il ministro Brunetta come sembra intende proseguire su questa strada non possiamo che dargli tutto il nostro appoggio. Forse difetta un pò di comunicazione, sarà anche smisurato a volte nell’esposizione, ma credo che in fondo la sua sia diventata oggi una sorta di missione atta a rivoluzionare una volta per tutte il concetto che abbiamo avuto fino ad oggi dell’impiego statale, ovvero la famosa equazione statale = fannullone. Qualcosa che dovevamo prima o poi avere il coraggio di sfatare. Un paese per crescere veramente deve anche avere dirgenti in grado di imporre un cambiamento necessario anche se questo significa in certi casi diventari impopolari per alcuni e addirittura nemici per altri. Se in queso caso il nemico diventa la Cgil, forse un giorno si capirà persino come alla fine per disperazione un sindacato che si spacciava per tale fosse diventato negli anni tuttaltro che un organismo a tutela dei lavoratori. Vuoi vedere che poi gli stessi lavoratori statali ne trarranno vantaggio? In fin dei conti per chi non l’avesse ancora compreso l’obbiettivo è proprio quello…

gazaAncora una volta Israele è costretto a mostrare il suo volto più duro e risoluto per garantire la propria sopravvivenza, incurante delle appelli e delle opinioni più o meno critiche che gli vengono mosse anche dagli altri paesi occidentali a causa della fermezza adottata in questi casi. Israele viene spesso dipinta dalla stampa mondiale come una spietata macchina da guerra che incute terrore quando si mette in moto. Ma spesso dimentichiamo perchè e soprattutto chi è il nemico contro cui da decenni gli Ebrei sono costretti a fare i conti. Hamas non si è certo messa i guanti quando ha lanciato le proprie offensive seminando morte e distruzione proprio in Israele. Non ha mai nascosto la propria intenzione di considerare come obbiettivo primario la distruzione di Israele, la sua eliminazione. Ad avallare questo scellerato progetto è stato proprio quel losco signore che risponde al nome di Ahmadinejad, presidente dell’Iran, che oltre ad appoggiare il terrorismo e le gesta di Hamas ha dichiarato apertamente più volte la volontà di cancellare lo stato di Israele. Se poi pensiamo che questo signore dalle intenzioni tuttaltro che pacifiche stia portando avanti a dispetto dell’occidente i suoi piani nucleari, c’è poco sicuramente da star tranquilli. E’ chiaro che il disegno di espansione del terrorismo fondamentalista parte proprio dal sodalizio tra l’Iran e le varie componenti del terrorismo islamico, compresa ovviamente Hamas. Israele pertanto rappresenta in quella striscia di terra un baluardo essenziale a difesa delle ambizioni mai sopite degli uomini del terrore, sempre pronti a sfruttare ogni possibile debolezza dell’occidente. Le guerre sono sempre l’estrema ratio, in certi casi l’unico modo possibile per difendersi e garantire la propria sopravvivenza. E con questo spirito Israele è sempre stata costretta ad agire nel bene e nel male con tutte le conseguenze che purtroppo ne derivano. I bombardamenti, seppur mirati chirurgicamente, sono sempre distruttivi. E’ inevitabile che a farne le spese sia spesso civili. Ma se paragonati alle azioni indiscriminate di Hamas e del terrorismo islamico in genere possiamo facilmente comprendere quanto i numeri delle vittime e la recrudescenza di questi ultimi siano stati ben superiori oltre che difficilmente giustificabili. La subdola tattica degli uomini del terrore del resto l’abbiamo già vista in azione troppe volte in questi anni per poter far finta di nulla girando la testa dall’altra parte. Se qualcuno non li avesse sempre fermati nella striscia di Gaza gli estremisti avrebbero finito col prendere il sopravvento con le catastrofiche conseguenze che possiamo immaginare. Paradossalmente Israele fa la parte del cattivo per salvaguardare proprio quell’equilibrio necessario a garantire almeno in parte una pace ed una parvenza di sicurezza che fino ad oggi non è mai riuscito ancora nessuno a garantire in maniera stabile e duratura. Ma soprattutto va compreso che Hamas non è in guerra solo con gli Ebrei ma con l’intero mondo occidentale, obbiettivo primario da parte di quel terrorismo fondamentalista che ha radici ben più ampie e di cui Hamas è solo una costola. La posta in gioco pertanto sono la pace e la sicurezza non solo di Israele, ma dell’intero mondo occidentale.

 

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