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berlusconi_esulta_congresso1E’ ancora una volta Silvio Berlusconi ad essere protagonista assoluto della storia politica italiana. Il primo congresso fondativo del Popolo della Libertà è stato come previsto un evento straordinario, carico di patos e di grandi emozioni. Grande lo spessore politico degli interventi, lo slancio emotivo che traspariva dalle parole di quanti si sono avvicendati sul palco della Fiera di Roma in questa tre giorni all’insegna della libertà. Ne sono testimonianza reale non soltanto la commozione del ministro Brunetta, ma soprattutto la presenza di tanti giovani che erano in fasce quando per la prima volta Silvio Berlusconi scese in campo nel ‘94, e che oggi sono pronti a raccogliere il testimone di quel grande progetto di libertà proiettandolo in prospettiva futura. Quando sale sul palco per concludere i lavori del congresso, il Premier è un fiume in piena. Parla di grande rivoluzione liberale, spaziando dai giovani alla scuola, dalle donne all’economia fino alle riforme istituzionali. Le definisce “le grandi missioni del governo”. A cominciare dall’ intervento principale, quello contro la crisi economica. E poi ancora sostegno ai precari che rischiano il posto, politiche fondate non sui sussidi ma sulla meritocrazia, provvedimenti in favore delle donne, dei giovani, della scuola, dell’università, dell’ambiente. Quello del Popolo della Libertà oggi è un progetto concreto, basato su una leadership forte e carismatica in grado di garantire un crescente consenso nel paese e persino in Europa. Un grande partito dei moderati che può pensare in grande, puntando a raggiungere l’ambizioso traguardo del 51%. E mentre oggi a sinistra rispolverano persino vecchi simboli come falce e martello, dimostrando la propria incapacità di guardare avanti senza più voltarsi indietro, la destra italiana guarda al futuro con un progetto di ampio respiro nazionale ed europeo. Grazie a due grandi leader come Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, oggi questo progetto è diventato realtà. Ma come spesso accade per essere grandi ci vuole talvolta un pizzico di lucida follia…

berlusconi_congresso_pdlTutto è iniziato in quella magica giornata del 2 dicembre 2006. Una giornata che ha segnato da una parte la ritrovata identità del popolo del centrodestra, dall’altra la nascita di uno spirito comune di intenti e di valori che si sarebbero a breve tradotti dalla base in un più ampio ed ambizioso progetto, destinato a modificare profondamente i destini della politica nel nostro paese. Un sorta di nuovo tsunami politico, paragonabile quasi alla memorabile scesa in campo di Silvio Berlusconi nel ‘94. Questo movimento tellurico, che oggi ha praticamente ridotto la sinistra ai minimi termini, si chiama Popolo della Libertà. Non è un caso che l’artefice di questa grande intuizione sia stato ancora una volta Silvio Berlusconi. Galeotto fu anche il celeberrimo discorso del “predellino”, che accese forse la miccia di quella straordinaria idea che balenava già nella sua mente e che, come sempre accade quando c’è di mezzo il cavaliere, da sogno è diventata alla fine una meravigliosa e tangibile realtà. Dobbiamo ringraziare per questo anche Gianfranco Fini, che al pari di Berlusconi ha avuto la lungimiranza di guardare al futuro oltre quella linea dell’orizzonte dove arriva solo lo sguardo dei grandi leader. Grazie a loro e a quanti come noi ci hanno sempre creduto, oggi finalmente possiamo guardare avanti con l’orgoglio di chi ha lanciato una grande sfida per il futuro. Un futuro di democrazia e di libertà di cui il PDL oggi rappresenta il più significativo baluardo nel nostro paese. Ci sono momenti nella vita in cui si capisce che sta nascendo qualcosa di grande, in cui si segnano delle tappe che fanno inevitabilmente la storia. E la nascita del PDL segna quel traguardo storico che conclude con successo il lungo cammino verso la libertà iniziato in quel magico 2 dicembre del 2006…

galli-giovanniFirenze si prepara alla sfida più importante degli ultimi anni. Le prossime amministrative di giugno rappresentano per la prima volta un’occasione “storica” per il centrodestra di espugnare l’ultima roccaforte della sinistra per antonomasia. Giovanni Galli, l’ex portiere di Fiorentina e Milan, è pronto ad uscire dai pali e cimentantarsi questa volta nell’inedito ruolo di attaccante per lanciare la sua sfida a Matteo Renzi, l’uomo dell’ultima chance per il PD. Un uomo che viene dal mondo dello sport, abituato a lavorare duro per conquistarsi i consensi sul campo non solo calcistico ma ultimamente anche in quello dell’impegno sociale, contro un astuto e brillante politico avvezzo al parlar forbito e particolarmente abile nella comunicazione multimediale. Una persona seria contro un marpione della politica, come qualcuno ha già sentenziato. Ma Giovanni Galli di paragoni con Matteo Renzi non ne vuole nemmeno sentir parlare. I due sono persino amici, legati dalla stessa passione calcistica per la magica viola, ma distanti politicamente e caratterialmente. Renzi si presenta come il nuovo che avanza a sinistra, l’uomo del risanamento del PD ormai in collisione di rotta. Una sorta di messia di una sinistra che parla un linguaggio nuovo, capace di “scavalcare persino a destra” gettando scompiglio ed imbarazzo tra i compagni che lo guardano quasi come fosse un alieno. La sua recente apparizione da Santoro ad Annozero ha reso ancora più evidente nel suo insieme la grande anomalia politica che egli rappresenta. Nel tema della serata “quanto è di destra Matteo Renzi?” già si intuisce la dimensione del problema. Di lui dice Staino: «Renzi è il migliore esempio di fare la politica alla Berlusconi nel centrosinistra. È un pollo di batteria, non l’uomo nuovo che viene dalla società civile». Ma è Concita De Gregorio, direttore de L’Unità, a dire forse la cosa più interessante: «Renzi non è affatto un politico nuovo. Fa politica da dieci anni. Non è neanche giovane. Fa politica per mestiere». E qui si fa strada in modo più chiaro il grande bluff che Matteo Renzi ha messo in campo. Nella sinistra fiorentina c’è sconcerto, smarrimento. Forse alla fine si ricompatteranno comunque, forse no. Certo è che la maggior parte dell’elettorato rosso guarda a lui con diffidenza e, al solo pensiero di essere costretti a votarlo, già si turano il naso. Giovanni Galli oggi può contare su una compagine politica unita e determinata, su un programma concreto dal quale lo stesso Renzi guarda caso ha preso spunto, sull’appoggio assai determinante di Silvio Berlusconi che, in quanto a lungimiranza politica, credo non abbia rivali. Una macchina elettorale imponente che non ha eguali in passato è pronta ad entrare in azione per sostenerlo già nei prossimi giorni. L’ex portiere viola inoltre ha dalla sua una grande esperienza maturata in questi anni in campo sociale, una straordinaria capacità di catalizzare consensi anche in ambiti estranei alla politica, il candidato ideale in grado di intercettare voti anche fuori dall’alveo dei partiti di riferimento come An e Forza Italia. Insomma per il centrodestra Giovanni Galli potrebbe diventare davvero l’uovo di colombo, la persona giusta per dare finalmente corpo a quella svolta tanto attesa ormai da anni.

franceschini_darioPiù che PD dovrebbe chiamarsi PN, ovvero Partito del No.  Con l’arrivo di Franceschini a sinistra si è ufficialmente aperta la stagione negazionista. Così, mentre il governo procede a grandi passi con interventi mirati e concreti per superare la crisi e gettare le basi necessarie per le riforme strutturali di cui oggi il paese ha bisogno, Il PD si oppone a prescindere a qualsiasi iniziativa della maggioranza senza motivazioni giustificate se non da una precisa strategia politica, atta solo a tentare disperatamente di ricompattare il proprio elettorato in vista delle prossime elezioni europee. Il disfattismo del PD non è esattamente ciò che serve in un momento come questo nel quale ci troviamo ad affrontare una fase congiunturale molto delicata dal punto di vista economico e politico. Una condizione che sta mettendo a dura prova le economie di molti paesi europei, ma che in Italia grazie proprio ad alcuni interventi mirati del nostro governo siamo riusciti in parte a contenere. L’atteggiamento ostruzionista del PD è dettato quindi da motivi squisitamente politici e opportunistici, ma ciò non toglie che questo sia un comportamento altrettanto irresponsabile di fronte al paese. Un’opposizione, che così facendo, pare destinata a rimanere ancora a lungo nell’ombra.

pdl_firenze

Firenze si attende un cambiamento, una ventata di aria fresca in grado di spazzare via una volta per tutte le tracce della disastrosa gestione Domenici. Gli intrecci tra affari e politica, la cantierizzazione selvaggia e il degrado crescente sono solo alcuni aspetti che hanno inevitabilmente pesato sull’evidente declino di Firenze in questi ultimi anni. Oggi, Matteo Renzi, presidente della provincia di Firenze e vincitore delle primarie del PD per la candidatura a sindaco della città, si presenta come l’uomo del cambiamento. Ma l’«Obama d’Italia», come lo ha addirittura definito il Time, pur ammettendo che sia un giovane politico brillante e volenteroso al quale va persino la mia stima, è pur sempre espressione di quella sinistra che volente o nolente egli stesso rappresenta. Certo, si può anche furbescamente attingere a piene mani da programmi e proposte altrui strizzando l’occhio persino più a destra che a sinistra, fare man bassa di voti tra gli scontenti della Tramvia, ma per quanto Renzi cerchi di indossare abiti che possano almeno in parte dare un’altra apparenza questa operazione di trasformismo tutta di sinistra alla lunga non può reggere. Non valgono neppure i quotidiani affondi ai danni del PD e dei suoi vertici. Il più recente tramite un’intervista a la Stampa nella quale il presidente della provincia spara a zero sull’elezione di Franceschini a segretario del partito. E’ chiaro ormai che si tratta di una evidente operazione d’immagine, tesa esclusivamente a cercare di apparire il più possibile lontano da quel disastro nel quale oggi si trova il PD a causa delle sue laceranti divisioni interne conseguenti alla gestione Veltroni. Non me ne voglia Renzi, ma ammettendo pure che la sua crociata politica per Firenze sia mossa da un impeto di entusiasmo giovanile magari persino in buona fede, resta il fatto inconfutabile che egli si presenta comunque sotto il simbolo di un partito che oggi raccoglie la scomoda eredità di quella sinistra che ha governato e che governa tuttora la città, con i risultati che sappiamo. Mi domando pertanto come possa essere credibile parlare di cambiamento da parte di un candidato che proviene dalle fila di quella stessa parte politica che ora si è rifatta in parte il trucco, ma che come abbiamo potuto constatare nei fatti resta sempre la stessa. Potrà mai Renzi, che ha sottoscritto il programma del PD, disattendere le direttive e le linee programmatiche del suo partito personalizzando la propria azione politica sulla falsa riga delle proposte del centrodestra dal cui programma egli sembra aver preso spunto del tutto o quasi? Renzi inoltre dimentica forse che Franceschini bene o male è il suo segretario e che il PD è il partito al quale dovrà fare comunque riferimento? Si tratta di interrogativi sui quali i fiorentini dovranno necessariamente riflettere quando saranno chiamati al voto. La verità è che l’unico vero cambiamento possibile può essere rappresentato dall’alternanza. Dopo due mandati nei quali la sinistra ha governato la città con risultati a dir poco fallimentari, il centrodestra è l’unica alternativa fisiologica e credibile per esprimere quel cambiamento di cui la città necessita da tempo, l’occasione di realizzare finalmente un programma concreto in grado di risollevare le sorti politiche di Firenze. Un programma al quale il candidato della sinistra oggi si è ispirato a tal punto da crederci persino lui in prima persona. Servono soprattutto un sindaco ed un’amministrazione che non abbiano alcun legame con il passato, capaci di lavorare seriamente per offrire una reale prospettiva futura per Firenze. In definitiva, se davvero vogliamo cambiare dobbiamo farlo sul serio.

 

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