In un paese come il nostro in cui da anni la politica è afflitta dal morbo della gerontocrazia, pensare di dare maggiori spazi ai giovani è quantomeno fisiologico. Il futuro della politica passa necessariamente per quasta via anche se in casa nostra vi è sempre stata una certa riluttanza in tal senso rispetto ai nostri coinquilini europei. Il nostro paese in quanto ad età per poter entrare nella politica che conta è sicuramente tra i più conservatori, se si pensa ad esempio che in Gran Bretagna si può accedere alla Camera dei rappresentanti ad appena 21 anni. Dall’esigenza di adeguarsi agli altri paesi europei e conferire finalmente un volto più moderno alla nostra classe politica nasce la proposta contenuta nel ddl costituzionale presentato da Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, approvato di recente dal Consiglio dei ministri. Deputati a 18 anni, senatori a 25. Questo, in sintesi, il contenuto del ddl che rappresenta il primo vero passo verso un progressivo ringiovanimento delle Camere. Resta solo da capire quale sia la reale preparazione politica dei nostri giovani e soprattutto se esistono dei veri e propri corsi di formazione in grado di sfornare politici in erba capaci di occupare degnamente e con un minimo di responsabilità degli scranni così importanti per la vita del paese. Qualcuno più auterevole del sottoscritto un tempo disse qualcosa del tipo “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, dove si intende che la virtù può essere solo frutto della conoscenza e la conoscenza non si può maturare se non con l’esperienza. Per capirci meglio, è fondamentale che un giovane che si avvicina alla politica debba avere solide basi culturali, ma esse non saranno mai sufficienti a mio avviso se non saranno supportate da una buona dose di esperienza maturata sul campo. Riempire i banchi delle Camere di giovani rampolli freschi di studi tanto per dare un’apparente freschezza a colpo d’occhio, non sarà certamente utile ne per loro nè tantomeno per il paese. Se è vero che in Italia la tendenza di saltare a piè pari la gavetta sia diventata assai ricorrente in molti settori, in politica ciò finirebbe col produrre solo effetti devastanti. La politica è passione, confronto, scontro dialettico, ma soprattutto esperienza di vita forgiata magari dapprima nelle piccole realtà circoscrizionali e comunali, dove la politica si respira e si mastica giorno per giorno in un crescendo naturale che ti fa capire e imparare cosa significa realmente amministrare la “res publica”. Solo mangiando pane e politica nelle assemblee e nei consigli, imparando da chi ci è passato prima, si può seriamente pensare di intraprendere una carriera che possa alla fine dare le giuste soddisfazioni e le necessarie capacità per proseguire sulla strada maestra. Il problema probabilmente è anche quello di trovare i giusti maestri, quelli in grado cioè di illuminare la strada al giovane neofita che si affaccia in questo mondo tanto affascinante quanto complicato della politica. Qui infatti non ci si può davvero improvvisare. Nè ci si può illudere che basti frequentare uno di quei fantomatici corsi di formazione politica della serie “come diventare politici in appena quattro lezioni”. La passione per la politica nasce da dentro, la cultura politica dall’esperienza e dall’esempio dei migliori. Per questo credo che al di là di tutte le buone intenzioni prima di diventare parlamentari a 18 anni bisognerebbe fare un percorso formativo veramente adeguato. Trasmettere in particolare ai giovani l’immagine di una politica intesa come missione di alta responsabilità sociale piuttosto che come opportunistica occasione di realizzazione personale. Una sana gavetta resta certamente una pratica salutare oltre che un ottimo lasciapassare per il futuro.








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